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Dr. MARCO VETRANO
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LA DEPRESSIONE

  
  

Caratteristica principale di questi disturbi è l'alterazione del tono dell'umore, o nel senso dell'euforia (stati maniacali), o in quello della tristezza (stati depressivi). A volte i due quadri psicopatologici (mania e depressione) si presentano associati, in un continuo alternarsi di episodi maniacali e depressivi intervallati da periodi più o meno lunghi di normalità, come nel caso del disturbo bipolare e di quello ciclotimico. Si distinguono in:

 

primari, quando il disturbo dell'affettività risulta essere, se non l'unico, il problema principale;

secondari, cioè correlati ad altre condizioni come malattie organiche, altri disturbi psichiatrici, l'assunzione di farmaci, l'uso o abuso di sostanze.


Non si può inoltre trascurare il fatto che alcune alterazioni dell'umore esistono come "normali", in conseguenza, ad esempio, di situazioni stressanti, frustrazioni, perdite, delusioni o comuni fluttuazioni, anche quotidiane, dello stato d'animo. 
I disturbi primari
comprendono i disturbi cosiddetti unipolari e bipolari. 
Nei primi l'alterazione dell'umore assume un'unica direzione, o verso l'esaltazione o verso l'abbattimento. Rientrano in tale suddivisione la mania e la depressione maggiore, cronica e reattiva. 
I disturbi bipolari sono quei quadri in cui l'affettività oscilla tra i due poli dell'euforia e della depressione. Rientrano in tale categoria la ciclotimia e il disturbo bipolare di I e II tipo.

Cause

Diverse teorie psicologiche hanno elaborato diverse concezioni per spiegare l'insorgenza dei disturbi dell'affettività, enfatizzando ora fattori psicologici ora fisiologici, ora ereditari. La tendenza attuale è quella di considerare uno schema eziopatogenetico multifattoriale, che vede implicati molteplici aspetti:

1) eredo-genetici: gli studi condotti, considerati nel loro complesso, suggeriscono che vi sia una predisposizione erditaria alla depressione maggiore, avendo riscontrato una maggiore probabilità di sviluppo di tale disturbo in famiglie con uno o più parenti depressi.

2) costituzionali: intesi come predisposizione di personalità. Tra questi troviamo tratti di carattere come la difficoltà ad affermarsi, la scarsa fiducia nelle proprie capacità, instabilità emotiva, asocialità, preoccupazione per il proprio stato di salute, sentirsi perseguitati da un destino avverso.

3) biologico-metabolici: ad es., disfunzioni ormonali, alterazioni del funzionamento di neurotrasmettitori, in particolare la noradrenalina e la serotonina, alterazioni organiche o metaboliche.

4) psicologici: tra cui si individuano tratti e caratteristiche di personalità predisponenti, fattori familiari (educazione, cultura, modalità di relazione ed interazione) ed i traumi conseguenti ad eventi a forte carica emotiva o a particolare significato affettivo che possono funzionare da fattore scatenante la malattia oppure precipitante (di una situazione già precaria) o emergente (di una situazione preesistente in modo latente). Fra i principali fattori traumatizzanti ricordiamo le perdite di persone significative (morte o abbandono), o di status o ruolo (pensionamento, licenziamento,...), o ancora, importanti delusioni, frustrazioni, fallimenti.

5) Socio-ambientali: oltre ad eventi traumatici ed al ruolo della famiglia, risulta importante il supporto e il sostegno che l'individuo riceve dalla società nel superare o mitigare le conseguenze degli "stress".

 (tratto da PSYCHOPLANET)

 

 

 

DISTURBI DELL'ALIMENTAZIONE

 

I disordini alimentari, di cui anoressia e bulimia nervosa sono le manifestazioni più note e frequenti, sono diventati nell’ultimo ventennio una vera e propria emergenza di salute mentale per gli effetti devastanti che hanno sulla salute e sulla vita di adolescenti e giovani adulti. Negli Stati Uniti, le associazioni mediche che si occupano di disordini alimentari non esitano a definirli una vera e propria epidemia che attraversa tutti gli strati sociali e le diverse etnie.

Se non trattati in tempi e con metodi adeguati, i disordini alimentari possono diventare una condizione permanente e nei casi gravi portare alla morte, che solitamente avviene per suicidio o per arresto cardiaco. Secondo la American Psychiatric Association, sono la prima causa di morte per malattia mentale nei paesi occidentali.

 

 

Uno studio pubblicato sulla rivista inglese The Lancet indica che la ricerca sui trattamenti è molto più avanzata nel caso della bulimia nervosa, dove sono stati svolti più di cinquanta studi e trial e una gestione secondo pratiche basate sull’evidenza è possibile. Minore attenzione, invece, si sarebbe dedicata finora a ricerche sui possibili trattamenti di anoressia nervosa e delle altre forme di disordine alimentare.

Anoressia e bulimia sono malattie complesse, determinate da condizioni di disagio psicologico ed emotivo, che quindi richiedono un trattamento sia del problema alimentare in sé che della sua natura psichica. L’obiettivo è quello di portare il paziente, attraverso terapie mirate a modificare i comportamenti e l’attitudine, a adottare soluzioni di gestione dei propri stress emotivi che non siano dannose per la propria salute e a ristabilire un equilibrato comportamento alimentare. Possono manifestarsi in persone di diverse età, sesso, provenienza sociale, ma sono solitamente più comuni in giovani donne in età compresa tra i 15 e i 25 anni.

Da cosa nasce un disordine alimentare?
Al centro del disordine alimentare, che si manifesta come malattia complessa, risultante dall’interazione di molteplici fattori biologici, genetici, ambientali, sociali, psicologici e psichiatrici, c’è comunque da parte del paziente una ossessiva sopravvalutazione dell’importanza della propria forma fisica, del proprio peso e corpo e una necessità di stabilire un controllo su di esso.  Tra le ragioni che portano allo sviluppo di comportamenti anoressici e bulimici, si evidenziano, oltre a una componente di familiarità (studi transgenerazionali e sui gemelli hanno dimostrato che i disordini alimentari si manifestano con più probabilità tra i parenti di una persona già malata, soprattutto se si tratta della madre), l’influenza negativa da parte di altri componenti familiari e sociali, la sensazione di essere sottoposti a un eccesso di pressione e di aspettativa, o al contrario di essere fortemente trascurati dai propri genitori, il sentirsi oggetto di derisione per la propria forma fisica o di non poter raggiungere i risultati desiderati per problemi di peso e apparenza. Per alcune persone, si tratta di una tendenza autodistruttiva che le porta ad alterare il proprio comportamento alimentare o ad abusare di alcol o droghe. 

L’anoressia e la bulimia però possono anche dipendere dal fatto che l’individuo subisca situazioni particolarmente traumatiche, come ad esempio violenze sessuali, drammi familiari, comportamenti abusivi da parte di familiari o di persone esterne, difficoltà ad essere accettati socialmente e nella propria famiglia. Uno dei motivi per cui una ragazza inizia a sottoporsi a una dieta eccessiva è la necessità di corrispondere a un canone estetico che premia la magrezza, anche nei suoi eccessi. Secondo molti psichiatri, infatti, l’attuale propensione a prediligere un modello di bellezza femminile che esalta la magrezza ha conseguenze devastanti sui comportamenti alimentari di molte adolescenti.

Effetti fisici e psicologici
Gli effetti dei disordini alimentari sono molto pesanti, sia sotto il profilo fisico che quello psicologico. Dal punto di vista fisico, gli effetti della malnutrizione comportano ulcere intestinali e danni permanenti ai tessuti dell’apparato digerente, disidratazione, danneggiamento di gengive e denti, seri danni cardiaci, al fegato e ai reni, problemi al sistema nervoso, con difficoltà di concentrazione e di memorizzazione, danni al sistema osseo, con accresciuta probabilità di fratture e di osteoporosi, blocco della crescita, emorragie interne, ipotermia e ghiandole ingrossate.
Le  ripercussioni psicologiche, invece, comportano depressione, basso livello di autostima, senso di vergogna e colpa, difficoltà a mantenere relazioni sociali e familiari, sbalzi di umore, tendenza a comportamenti manichei e maniacali, propensione al perfezionismo.

Sintomi e caratteristiche
I disordini alimentari comprendono numerose condizioni diverse. Le più note e comuni sono anoressia e bulimia nervosa.

Anoressia nervosa
Una persona diventa anoressica quando, riducendo o interrompendo la propria consueta alimentazione, scende sotto l’85% del peso normale per la propria età, sesso e altezza. L’anoressia è conseguente al rifiuto ad assumere cibo, determinato da una intensa paura di acquistare peso o diventare grassi, anche quando si è sottopeso. Spesso, una persona anoressica comincia con l’evitare tutti i cibi ritenuti grassi e a concentrarsi su alimenti ‘sani’ e poco calorici, con una attenzione ossessiva al contenuto calorico e alla composizione dei cibi e alla bilancia. Frequentemente i pasti vengono evitati o consumati con estrema lentezza, rimuginando a lungo su ogni boccone ingerito. Il corpo viene percepito e vissuto in modo alterato, con un eccesso di attenzione alla forma e con il rifiuto frequente ad ammettere la gravità della attuale condizione di sottopeso.

Diagnosticare l’anoressia non è sempre semplice in soggetti molto giovani, perché i cambiamenti fisici che accompagnano l’adolescenza e che comportano squilibri di peso e altezza possono mascherarne le prime fasi. Nei bambini, è più comune che l’anoressia si manifesti attraverso altri sintomi, come la nausea e il sentimento di non fame. Nelle ragazze, invece, uno dei sintomi più classici è l’interruzione del ciclo mestruale per almeno tre mesi successivi, sintomo che però non si applica a giovani adolescenti che ancora non abbiano avuto il menarca o, al contrario, alle ragazze che prendono la pillola anticoncezionale.

L’anoressia si manifesta in due modi:

  • con restrizioni, determinata dalla riduzione costante della quantità di alimenti ingeriti.

  • con abbuffate e successiva eliminazione: alimentazione compulsiva seguita da vomito autoindotto, uso inappropriato di pillole lassative e diuretiche, iper-attività fisica per perdere peso.

La persona anoressica diventa così ossessionata dal cibo che la propria vita finisce con l’essere totalmente incentrata sulla questione alimentare, impedendo di provare interesse e entusiasmo verso qualsiasi altra cosa. 

Bulimia Nervosa
Una persona bulimica si abbuffa in modo molto diverso da quello che avviene quando normalmente si mangia troppo. Le caratteristiche tipiche del comportamento bulimico sono:

  • ingestione di una quantità eccessiva di cibo, a volte per un totale di diverse migliaia di calorie, in un arco di tempo molto stretto, per esempio nel giro di due ore, e solitamente di nascosto da altri

  • la sensazione di non poter smettere di mangiare e di non poter controllare il proprio comportamento

  • l’abbuffata è preceduta e seguita da uno stress emotivo molto forte

Dopo aver mangiato in modo così eccessivo, la persona bulimica generalmente si sente in colpa e tende a punirsi vomitando, ingerendo pillole diuretiche e lassativi con l’intento di dimagrire. Se questo comportamento diventa ripetitivo, ad esempio si manifesta due volte alla settimana per tre mesi, si è di fronte a un chiaro segnale di disordine alimentare. Raramente, i pazienti bulimici non si infliggono alcuna punizione.
A lungo andare, un soggetto bulimico entra in una fase di depressione e di disgusto verso se stesso e cerca di occultare il proprio comportamento agli altri, anche se la propria forma e apparenza fisica finiscono con il diventare una ossessione permanente e con l’avere forti ripercussioni sulla propria autostima. Una persona bulimica può essere di peso normale, sottopeso o sovrappeso, diversamente da una anoressica che è sempre sotto peso. Inoltre, il peso di un soggetto bulimico può variare enormemente e oscillare, fatto che può essere utilizzato come sintomo dell’esistenza di un disordine alimentare.

Oltre all’anoressia e alla bulimia, esiste anche un genere di disordine alimentare non definito. Non tutti i casi sono infatti esattamente descrivibili nell’arco dei sintomi tipici di anoressia e bulimia. Alcuni soggetti, ad esempio, iniziano con una forma di anoressia ma poi, incapaci di mantenere il basso peso, scivolano verso comportamenti bulimici. Secondo l’American Psychiatric Association, la metà dei pazienti anoressici finiscono con l’avere anche sintomi di bulimia, e in qualche caso i pazienti bulimici sviluppano comportamenti anoressici. 

(tratto da www.epicentro.iss.it)

 

ANORESSIA


Quando si parla di ANORESSIA bisogna tenere conto sia degli effetti della denutrizione sia della maturazione fisica e psicologica che avviene nella. pubertà e nell'adolescenza. È importante considerare con attenzione entrambi questi aspetti, evitando di confonderli con le manifestazioni proprie dell'anoressia.
Infatti una cosa sono gli effetti della denutrizione e del digiuno e un'altra sono i sintomi propri dell'anoressia. E ancora, una cosa sono i problemi psicologici che sono agli esordi e mantengono l'anoressia e altra cosa sono gli ostacoli e le difficoltà che si incontrano nel processo di maturazione psicologica nella pre-adolescenza e nell'adolescenza.
Ogni bravo medico o psicologo prima di decidere di trattare uno specifico problema, dovrebbe chiedersi che cosa è naturale e fisiologiico e che cosa è invece patologico e degno di essere sottoposto a cura. Qualche esempio può servire a chiarire iI concetto. Se un paziente presenta uno stato febbrile, non è detto che si debba intervenire subito per ridurre la febbre: in molti casi è meglio non dare alcun farmaco e aspettare che la risposta fisiologica dell'organismo si esaursica da sola naturalmente.
Allo stesso modo se un adolescente presenta alcuni tratti caratteristici della sua età, come per esempio rifiuto e opposizione alle regole dettate dai genitori, fasi alterne di isolamento sociale e desiderio di passare molte ore con i coetanei, soprattutto se queste rappresentano una fase passeggera senza gravi conseguenze, è bene lasciare le cose così come sono, per evitare di considerare patologico ciò che è invece un naturale processo di maturazione e di costruzione lenta e graduale della propria personalità. Intervenire in questi casi è produrre un grave danno: si rischia di etichettare come malato un comportamento utile e necessario, e di produrre un problema dove non sussiste.
Nella sua normale pratica clinica uno psicologo trova spesso di fronte a sé pazienti o genitori preoccupati per i comportamenti dei figli che presentano problemi che possiamo considerare fisiologici e naturali, per quanto possano apparire a volte strani. In questo caso l'intervento mira sempllcemente a fornire informazioni corrette e a tentare di fare previsioni accurate.

Immaginiamo solo per un attimo che tipo di danno si creerebbe nel caso in cui venisse considerato depresso chi, avendo subìto la perdita di una persona cara, manifestasse un comportamento di mestizia chiamato di "lutto". Gli effetti di un simile equivoco sarebbero devastanti, e sarebbe la terapia stessa a produrre uno stato patologico: si etichetterebbe come depressogeno ciò che invece è una normale reazione di difesa dell'organismo, certo simile, ma non uguale allo stato depressivo. Infatti chi subisce una grave perdita è particolarmente triste, non riesce a vedere alcuna via d'uscita, si isola, perde ogni interesse, ma non è un depresso: dopo una fase più o meno lunga, all'incirca 6 mesi, tali manifestazioni passano e si ritorna gradualmente alla normalità, magari rafforzati dall'esperienza dolorosa.
Parimenti, nel trattamento dell'anoressia non bisogna curare tutto quello che si vede, perché alcuni aspetti hanno una risoluzione spontanea - come il ritorno del ciclo mestruale e il desiderio di stare con gli altri dopo l'aumento di peso - altri aspetti invece vanno trattati con maggiore precisione e specificità.

(tratto da Psychoplanet)

 

    Dizionario Psicologia 

 

 



 

 


 

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